Déjà vu

Dicembre si è appena fatto, siamo solo all’inizio della fine.
Solo Sant Ambroeus e l’Immacolata sono appena passati, ma ormai siamo nel pieno del periodo natalizio.
Tra chi è preso a fare i regali e chi chiede dove si passeranno le vacanze (ah già, io lavoro!), c’è chi già tira le somme dell’anno che sta per finire (cazzo, ma non siamo ancora a metà dicembre) e per questo mi è stata già fatta la domanda, com’è andato? Come descriveresti il tuo 2017 con una parola? Per fortuna non ho dovuto studiarmela la risposta, ce l’avevo già pronta. Quindi, per riassumere il mio anno in una sola parola io dico Déjà vu!
Proprio così. Proprio quel fenomeno psichico per cui fatti totalmente casuali provocano la sensazione di un’esperienza precedentemente vissuta, già vista.
Sembra assurdo, davvero. Non l’avrei mai detto, ma è sicuro che da luglio a oggi il mio 2017 sembra lo specchio del 2016. Fortunatamente alcune cose non sono esattamente le stesse ma per una serie di eventi la stessa storia si ripete.
Ne ho parlato con un amico pochi giorni fa, in preda all’ansia perchè mi sentivo più matta del solito. Ho elencato punto per punto tutte quelle cose che combaciano tra quest anno e l’anno scorso. Grazie alla ragione non mi ci sono soffermata più di tanto per evitare di diventare pazza e scema completamente. Eppure, alcune date-eventi-persone combaciavano. Come se il destino e il caso stessero giocando con il mio presente e il mio passato. Proprio la casualità mi ha fatto vivere esperienze simili e speculari con quelle del 2016. La cosa mi ha messo paura perchè qua qualcosa sembra volermi dire qualcosa. Ci sono cose belle dell’anno scorso che porto nel cuore gelosamente, che mi tengono sveglia la notte con la speranza che accadono. Una di queste è già accaduta; il fato sembrava volesse presentarmela prima del previsto e invece, la data di inizio stage sul contratto recita: 12 dicembre 2017. La data di inizio sul contratto dello scorso anno, devo rivelarla? 12 dicembre 2016. Sembra quasi che mi venga data una seconda chance; tranquillamente sono qui a giocare questa partita con il mio destino.
C’è in ballo la cosa a cui tengo di più, che desidero di più, che aspetto da una vita!
Eppure ciò che mi manda in brodo di giuggiole è qualcosa di meno importante, ma che non riesco a levarmela dalla testa. Ciò che mi ha regalato un’illusione d’amore un anno fa, quest anno la ritrovo simile, meno profonda ma vissuta con la stessa persona. La paura è data dalla consapevolezza che, come una bambina ingenua, vorrei rivivermela nello stesso modo ma so che probabilmente in tutto questo déjà vu è l’unica cosa che devo realmente cambiare. Mi terrorizza, non vorrei rinunciarci eppure so che sarebbe sbagliato ricercare le stesse emozioni, gli stessi sentimenti che già allora erano illusioni.

Nonostante il déjà vu, avrei una lista di Prime volte da elencare. Uno di questi giorni le conto, non mi stupirei se fossero 17 cose (17 come il mio numero, come l’anno). Ma sembra un numero altino per aver così tante cose vissute per la prima volta nella vita. Però sono sicuramente tante se considerato che sono avvenute tutte in anno, divertente no?

Annunci

Rose rosse surgelate (parte III)

Ogni mattina per colazione insieme al caffè raccolgo una cucchiaiata di sentimenti e li mando giù, per allontanarli dalla mente e digerirli in fretta. Puntualmente la sera li vomito fuori e li sento andare alla testa, feroci si insinuano fino ad aggrapparsi pesantemente al cuore. Non sono in grado di liberarmene, ignorandoli si incattiviscono e inizio a sentirmi debole. Si prendono gioco della mia sensibilità che non riesco più a nascondergli e io non so più dove rintanarmi.

Fuori fa freddo e un pensiero dolce come la rosa rossa diventa ghiaccio, piano piano.

Forse si è liberata troppo in fretta da quel cubo ghiacciato, un gesto azzardato. Ora perché dovrebbe continuare a sciogliersi?

vestita di rosa

e c’è una cosa che odio di più
è che non posso vederti quando ti spogli con una canzone dei Doors

(e cade l’occhio sull’oroscopo
e il bello è che dice che tornerà tutto a posto
ma non so dove sei…)

Canova – Manzarek

(ci sono canzoni che sembrano parlare di te e questa pare voglia parlare a me, di me, come se qualcuno mi avesse spiato da lontano. E’ una di quelle canzoni che mi dedicherebbe un amico che mi conosce bene o una persona che mi ama, se solo quest’ultima ci fosse. Invece ci sono io e mi spoglio con una canzone dei Doors, mentre mi spoglio con una maglietta dei Doors)

Ragni

Il treno è pieno, tutti rientrano a casa dal giro di shopping. È passata la prima metà di novembre e i negozi del centro di Milano sono già presi d’assalto durante il week end. È questione di giorni e poi si accenderanno anche le luminarie. Come si suol dire, Natale è alle porte.

Mentre scrivo ho ancora il fiatone, ho preso il treno al volo alle 17.08, spaccando il secondo. Non so da dove mi sia uscita la forza per correre dalla metro al treno. Sono stanca. Molto stanca, e sono giorni che il mio corpo tira fuori qualche acciacco come a voler far da cassa di risonanza a un gigantesco urlo che dice: stress. Nel mio caso lo stress si tira fuori attraverso una bolla gigante bianca sul labbro che brucia e un mal di schiena lombare talmente forte che ad ogni fitta sento le lacrime agli occhi. Così che confondo questo stato con la tristezza, con la mia emotività negativa. Non sono ancora riuscita a fermarmi, neanche oggi che è sabato. Ho lavorato durante la mattina, il pomeriggio è stato dedicato alla prima parte dell’addio al nubilato e ora di corsa a casa a cambiarsi per la gran serata. I momenti di stanchezza per me sono i peggiori perchè ciò che ne risente è il mio stato d’animo. È un periodo di merda e l’umore è sotto terra. Stanca come sono mi riesce difficile reagire. Vorrei abbandonarmi, tra cuscini morbidi e coperte calde per lasciarmi andare alle coccole. Quest’immagine mi rattrista perchè questo stato d’animo amplifica un sentimento di solitudine così egoista e sbruffone che non mi si addice. Conosco bene la sensazione di solitudine, mi accompagna da tanto tempo ma ultimamente si fa sentire cattiva. Sono sciolta, letteralmente. Mi sciolgo ora guardando gli occhioni dolci del bambino in braccio alla sua mamma seduta di fronte a me. Basta una piccola dolcezza a farmi capire che mi passa per la testa, ma il viaggio termina qui ed è ora che mi concentri su cosa indosserò stasera. Il tempo non è mio amico oggi e devo sfidare anche lui. Non ho tempo, non voglio averne da dedicare alla malinconia.

Parrebbe

Mi sono ritrovata a vagare su un sentiero già percorso, sono andata avanti riconoscendo i miei passi con quelli già segnati.

Per quanto la strada sembrasse la stessa, con svincoli e buche lungo il percorso così familiari, ho percepito un senso di spaesamento. Quasi a disagio.

Mi sono resa conto subito dopo che tornare indietro e ripercorrere lo stesso identico cammino era solo un’illusione. Andando a ritroso il tragitto è inevitabilmente mutato.

Niente è come prima.

Non c’è nulla di cui stupirsi, la sensazione era giusta fin dall’inizio. Tutto è completamente diverso nella realtà. L’illusione di riprendere qualcosa già sperimentato andrebbe immediatamente dimenticata.

Azioni e comportamenti diversi la dicono lunga su tante cose.

Si può scegliere quali errori evitare e cercare dentro se stessi ciò che tenevamo nascosto.

Si potrebbe scegliere di darsela a gambe e cercare un’altra via, totalmente diversa. Priva dell’illusione di conoscerne già il percorso.

Si potrebbe, si dovrebbe…

Parrebbe.

 

Marameo

Ogni bacio è una carezza sul cuore, e quando mi accarezzi la pelle è un bacio su tutto il corpo. 

Lasci brividi di piacere lungo tutta la mia schiena, nessuno com te. E in te mi perdo, affondo il mio viso, il mio corpo e i miei sorrisi tra le tue braccia… E seguo il tuo profumo, per baciarti sul collo e disegnare baffi con la lingua. Ci perdiamo, insieme perdiamoci.

Vorrei scrivere altre mille banalità perchè sono così semplice quando penso a te.

Dopo tutto questo tempo sei sempre tu.

Riflessioni

Quando sono sul cesso, sotto la doccia o prima di addormentarmi…

Chi siamo, da dove veniamo, perchè alcune cose vanno così come devono andare?

Quando vanno bene non ce ne capacitiamo,

Quando vanno male perchè a tutti i costi le facciamo finire?

Perchè certe cose finisco? Perchè a certe cose deliminiamo un momento di fine?

Com’è finita, così in un momento a cui ogni tanto rivolgiamo i nostri pensieri…

scarpette – rose rosse – G (Wunderkammer)

Ogni paio di scarpette potrebbe raccontare una storia e suggerire le emozioni provate indossandole. A ognuna di esse è associato un ricordo: la prima lezione di tecnica di punte, il primo spettacolo, il palcoscenico, Treviso, Milano, Berlino, Milano.

È il sogno di una bambina che cresce con lei, che l’accompagna dall’infanzia fino a a vederla diventare donna. A ritmo di musica è nata la passione per la danza classica, la voglia di imparare e maturare, di decidere il proprio cammino fino ad arrivare ad accettare se stessi e i propri limiti. Attorno a questo mondo ha preso forma una persona, appasionata e curiosa di esplorare il proprio essere per conoscere sempre nuove facce del proprio “Io”.

Ogni persona durante il proprio percorso di vita e di crescita affronta delle sfide cercando ogni giorno stimoli nuovi, nonostante le difficoltà e le situazioni peggiori. Fino ai diciassette anni di età tutto sembra seguire un vortice incessabile di eventi, poi ad un tratto tutto sembra fermarsi. Qualcosa ti dice che è ora di crescere e allora la realtà delle cose viene a farti visita. Qualcosa che fino a quel momento non avresti mai pensato potesse capitare proprio a te, che l’avevi solo minimamente immaginato attraverso i racconti di altre persone, si appropria della tua vita. Succede che un giorno papà non c’è più, rimane una rosa rossa.

Si narra che quando San Giorgio sconfisse il drago e liberò la principessa, dal sangue della creatura fiorì una rosa che egli donó alla fanciulla.

Da quel momento le favole hanno lasciato il posto alla realtà, insieme alle emozioni si sono accumulati i ricordi. Ma ciò che non svanirá mai sarà il desiderio di andare sempre oltre a ciò che c’è. Perchè nulla è perduto se c’è sempre la speranza di trovare qualcosa in più.

Le lacrime non macchiano (ma io non so piangere)

Forse l’unica cosa reale di tutto questo è la tristezza,

mentre mi rendo conto di quante illusioni ho scambiato per realtà.

Tutto ciò che ho è la malinconia, la mia, senza motivo perchè una spiegazione a quanto pare non l’ho meritata e dopo tutto questo tempo credo che non l’avró mai.

Faccio due conti, tiro le somme e le mie conclusioni. Tutto quello che c’è stato deve svanire, colori forme e odori devono annullarsi per lasciarmi da sola con la mia tristezza, quella senza volto e senza ricordi.

Potrebbe essere la via d’uscita, qua dentro mi manca l’aria

Montagne russe di stati d’animo

Incrocio un collega tra i corridoi: “Ma tu come fai a essere sempre così sorridente? Qual’è il tuo segreto per avere sempre il sorriso?”La mia risposta è stata: “Non so, magari è come dice qualcuno… che sono un po’ stupida!”

Perchè rispondere: “sono nata sempre con il sorriso in faccia, ma in realtà dentro mi sento morire ogni giorno, non so neanche io come faccio a nasconderlo!” Era troppo lungo da spiegare.
Vabbè, lui ha risposto: “Meglio essere stupida così, se stupida ti si può definire, piuttosto che non sorridere mai!”

Su una nuvola

Mamma l’altro giorno è entrata in camera mia lasciandomi un libro sul comodino e ha consigliato di leggerlo, quando ne avró avuta voglia.

“Accettare se stessi”. 

Così recita il titolo del libro, a caratteri cubitali sulla copertina bianca.

Non l’ho ancora iniziato, è lí. Ogni sera quando vado a letto lo fisso, fisso il titolo. Non so quali pensieri usciranno da quelle pagine, non ne ho idea. Ma il titolo mi intimorisce e non sapendo cosa aspettarmi, non riesco ad iniziarlo. Lo fisso e senza sapere a cosa si riferisce quel titolo 

mi chiedo se io potrei mai accettare me stessa, se c’è anche una sola, piccola cosa che accetto di me o se ci sarà mai e come me ne accorgerò e se questo cambierà mai qualcosa di me.

Vivere chiusa dentro una bolla d’insoddisfazione e sentire di non essere mai contenti ma sempre malinconici nonostante il sorriso sempre in volto. Tutto questo come fa a convivere con l’accettare se stessi?

Che poi se io accettassi me stessa questo stato d’animo sparirebbe?

Che poi io non capisco mai perchè scrivo sempre dopo aver fumato la canna prima di dormire. Ninna canna e mai a nanna. Si perchè fumo per addormentarmi ignorando i pensieri. Ma partorisco il pensiero di scrivere quella cosa lí e quell’altra lá e alla fine penso più del dovuto.

Io al destino non volevo crederci….

Mattina presto.

Al Tribunale di Milano a quanto pare le ballerine non le vogliono, pensa te che ridere.

Passando al metal detector suona la borsa, dentro ho le scarpette da punta per le prove a danza di dopo. Oltre al danno pure la beffa di farmi tirar fuori tutto davanti a tutti, grazie per l’imbarazzo. Già ho l’ansia di questo posto, voi non rendete la cosa semplice.

Casellario, fila d’attesa. Prendo il biglietto, leggo… stampato alle 9.17, numero 17.

Ok, grazie per la presa per il culo.

Arrivederci.

Torno in Teatro. Prima però krapfen al cioccolato.

Buona giornata, la dieta dopo pasquetta.

Quindi…? (forse la fine, forse non riesco a dirlo ma è la fine, forse)

Sei felice cosí, senza neanche un addio. Senza l’ultimo limone, carezza, tenerezza, una sigaretta. Peccato peccato….

e si vive questo momento senza capire, un pó alla cieca, ma provando tantissimi sentimenti diversi… 

La prima settimana è quella dello spaesamento, in cui non realizzi che lo stai capendo. Forse cerchi di credere che non ci sia nulla di diverso o sbagliato, ti convinci che sia tutto normale.

La seconda settimane è caratterizzata dalla fase della tristezza, in cui dopo tanto tempo, piangi. Piangi veramente, piangi tantissimo. Perchè fa male. È il momento in cui realizzi e non te ne capaciti, così piangi. Sei vulnerabile. Ti sei lasciata andare con fatica per provare qualcosa, per innamorarti, ti eri tolta la corazza, ti eri sciolta, ti eri liberata dal cubo di ghiaccio… e ora non hai uno scudo che ti protegga. Piangi. (The Dream Synopsis – The Last Shadow Pupets)

Inizia così la terza settimana. Di conseguenza viene la fase dell’allegria iperattiva nevrotica che prende il posto della tristezza assurda. Perchè fa davvero male. Infatti non ti capaciti del tuo buonumore malinconico, e aspetti il momento in cui crollerai. Ma non ci devi pensare, non vuoi lasciargli tempo di venirti in testa, cosí cerchi di fregartene, ti circondi degli amici e ti sfoghi in allegria. (Senza – Thegiornalisti)

Durante la quarta settimana viene l’incazzatura, quella cattiva. Tra un groppo in gola e una risata gustosa, provi un sentimento di dolore espresso attraverso la rabbia. Perchè fa davvero male, se per un istante involontariamente ci pensi. Non trovi un motivo nè una ragione e sei ancora di più incazzata. (Io ti maledico – Levante)

Sta finendo anche questa, cosa devo aspettarmi? Cosa proverò? Come andrà nelle prossime settimane?

Ora il giorno vola, ho i postumi dell’altra sera. Sarà vero questa storia che mi hai dato buca, spera che non mi abbia già lasciato un buco. Scema per la scena di esserci caduta. Anche se poco è stato troppo. Maledetto maledetto, non te ne frega proprio niente?

La signora indiana

A volte, casualmente, qualcosa di particolare accade e quando succede non si rivela mai il motivo. Però in qualche modo lascia il segno.

Sono appena uscita da teatro, è domenica sera e voglio solo sedermi sul treno per andare a casa e cenare. Sono le 21 e non mangio da tutto il giorno.

Scelgo il primo posto libero, senza badare al fatto che uno dei quattro posti sia già occupato da una signora, sulla 50ina probabilmente. Infatti la ignoro e inizio ad infilarmi le cuffie per ascoltare la musica.

Ma questa signora mi blocca per tempo e mi chiede tra quanto partirà il treno. Le rispondo e lei dice di essere salita appena in tempo, arrivava di corsa dalla metro. Era appena stata ad una festa indiana.

Già, ho notato che è indiana. Indossa un sari di raso rosa ricamato. Intanto scrivo un messaggio a Matteo (“Figa mi becco pure l’indiana che ha voglia d chiacchierare in treno”)

Ha voglia di raccontarmi della festa, si è divertita tantissimo perchè c’era molta gente che ballava. Ma la cosa veramente buffa, dice, è che tutte le ballerine erano italiane che ballavano danza classica indiana.

A lei piace moltissimo la musica, ascolta Mozart Vivaldi e Strauss ma dice che quella indiana è in assoluto la migliore. Mi dice di cercare Saregama.

Suo marito è milanese e suona la chitarra classica, ma da poco ha iniziato a suonare musica indiana.

Dice che non ci devono essere barriere tra le varie culture, bisogna essere curiosi di scoprire il mondo il più possibile.

La musica è un’arte e l’arte, al contrario di noi uomini che ci siamo costruiti attorno delle barriere, è senza limiti.”

Ad uncerto punto mi guarda e mi dice che ama il balletto, ed è felice quando va alla Scala a vedere uno spettacolo.

Rimango stordita, sorrido. Ma non dico nulla. Non mi piace parlare di me stessa nè tantomeno raccontare cosa faccio. E poi sembra che sia lei ad aver voglia di raccontare.  

Mi sorride e mi chiede come mi chiamo. Le chiedo anche io il suo nome, me lo faccio ripetere due volte per capire bene. Ma non me lo ricordo. Io sono così, i nomi li dimentico. Dovevo essere pronta a segnarlo. 

Lei controlla l’ora, tra mezz’oretta la chiama suo marito che è a Londra per lavoro. Siamo ormai ad Affori e tra due fermate deve scendere.

Ci salutiamo, con un sorriso. 

E io non so. Mi lascia così, con una sensazione; non è un qualcosa che capita spesso, è un episodio singolare che non rivela un motivo intrinseco dell’incontro, ma lascia un segno. E io, sicuramente, anche se non ricordo già più il suo nome pur avendole chiesto di ripetermelo per ben due volte, mi ricorderò per molto tempo ciò che mi ha detto! #lasignoraindiana

Alla Scala

La mattina presto, quando le prove in palcoscenico non sono ancora iniziate, il teatro è vuoto e la sala è completamente immersa nel buio. Le uniche luci accese sono quelle di servizio dei palchi e del lampadario al palco reale.

Entrare, percorrere i corridoi vuoti e ritrovarsi nel silenzio frastornante della platea della Scala è qualcosa di magico. E spaventoso. Nell’oscurità il velluto rosso delle poltrone sembra brillare e gli unici rumori provengono dal retro palco dove i macchinisti iniziano a prepararsi.

Il palcoscenico è ancora spoglio, ma pronto ad accogliere le scenografie dello spettacolo di prova o di scena.

Sedersi, godere di quella magia che si percepisce ancora prima di varcare la soglia in Via Filodrammatici 2.

Il fascino suggestivo dell’essenza dell’assenza. Percepire la paura del vuoto, buio. Quando manca qualcosa, qualcuno.

Buffo. No? Provare un’emozione cosí straniante a teatro vuoto, se paragonata all’eccitazione nel ritrovarsi circondati dal pubblico scaligero.

Rivivere con la mente la sensazione provata la prima volta che si è saliti sul palcoscenico del Piermarini e ricordare l’adrenalina nell’avere difronte un pubblico importante, ma senza avere paura. 

Una paura che nel vuoto oscuro e nel silenzio, invece, si fa sentire. Simile all’emozione, a tratti malinconica ma comunque bella, che si prova stando dalla parte del pubblico, guardando gli altri su quel palco. Sentire le gambe piegarsi, le mani sudate e il cuore che batte forte per la voglia di tornare là. Per non essere tra gli spettatori, ma là. Sul palcoscenico.

Manca tanto, ma neanche troppo. Senza accorgersene tornerà anche il mio momento. Torneró sul palcoscenico della Scala. E quando arriverà peró, ci sarà posto per vivere un’altra grande sfida, se non la stessa di sempre ma che, sta volta, non si conosce ancora ma che si prospetta la più difficile.

Alle 10 è ora di andare in ufficio. Primo piano, ufficio stampa-sovrintendenza-redazione web. È il momento di non pensare per un attimo che tutto potrebbe finire 

per non finire mai.