Una bambina e una giraffa

Vorrei raccontarvi una storia.
Tutti abbiamo bisogno di una storia e ognuno di noi ha voglia di ascoltarla.

Ma, dannazione! Non ce l’ho una storia, peró posso scriverla. O meglio, posso pensarci. Dopotutto non è poi cosí difficile se si ha già l’attacco giusto. Infatti non c’è storia che tenga senza il “c’era una volta“……..

C’era una volta una bambina piccola, aveva lunghi capelli castani che le cadevano a boccoli sulle spalle minute, su cui portava un piccolo zainetto rosso. Era tutto piccolo: lei era piccola, il suo naso era piccolo, gli occhiali che portava erano piccoli, così com’erano piccoli i suoi grandi occhi verdi. Era ancora presto e c’è sempre tempo per crescere; poco alla volta anche le cose piccole sarebbero diventate grandi. Non c’era fretta. La bambina aveva ancora tanta strada da fare e il suo viaggio era appena incominciato. Infatti erano appena passate le tre di pomeriggio quando decise di incamminarsi e prendere la strada del bosco dietro casa. Erano le prime giornate di caldo, e l’unico modo per sfuggire all’estate che incombeva era ripararsi sotto l’ombra degli alberi. La bambina piccola proprio non lo sopportava il caldo, ma era felice perchè poteva indossare il suo vestitino preferito: bianco con le roselline rosse. La piccola bambina aveva una giraffa. La giraffa però non era piccola, era alta alta e aveva il collo lungo lungo.


La giraffa non aveva un nome perchè era una giraffa, in più i nomi sono sopravvalutati nelle storie e gli animali dai nomi ridicoli sono poco credibili. E poi una giraffa è già speciale di suo e per esserlo non ha bisogno di un nome perchè, insomma, è una giraffa.
La bambina piccola e la giraffa quindi entrarono nel bosco; iniziarono a camminare lungo il sentiero e piano piano si lasciarono alle spalle le case del paese che poco alla volta scomparivano dietro gli alberi. In poco tempo la bambina piccola provò la sensazione di ritrovarsi in un altro mondo, il rumore delle macchine, dei telefoni e delle persone erano suoni ormai lontani e si sentivano solo gli uccellini cinguettare.
In quel momento la piccola bambina avrebbe desiderato tanto che la giraffa parlasse.
Ma la giraffa non parlava, perchè gli animali non parlano. Ma se avesse avuto il dono della parola, la bambina piccola avrebbe chiesto alla giraffa cosa c’era al di là degli alberi, avrebbe voluto tanto sapere dove le avrebbe portate quel sentiero. La giraffa infatti aveva il collo così lungo, ma lungo lungo, che poteva benissimo vedere oltre gli alberi; la sua visione più alta e più ampia le permettevano di scorgere il pericolo in anticipo o prevedere per tempo cosa sarebbe accaduto, così da potersi difendere senza usare l’aggressività o poter lasciarsi coinvolgere dalle situazioni future senza paura.
La bambina piccola e la giraffa stavano camminando già da un’oretta quando decisero di fermarsi per riposare un attimo. La bambina piccola, sedutasi su un tronco ai piedi di un albero altissimo, beveva la sua piccola coca cola mentre la giraffa mangiava le foglioline verdi dalla cima delle piante che riusciva a prendere con la sua lingua blu. Dopo aver ripreso a camminare la piccola bambina iniziò a saltellare di qua e di là, da un tronco all’altro finchè non vide una piccola farfalla che volando di qua e di là si posò su una piccola fragolina di bosco. La piccola bambina allora si fermó e lentamente si avvicinó alla farfallina per osservarla meglio. La piccola farfalla aveva due grandissime ali colorate ed era molto bella. Ma quando la bambina le si avvincinò, volò via. Era solo una bella farfalla normalissima.
La bambina piccola allora guardò in alto verso la giraffa e le sorrise. La giraffa ovviamente non le sorrise a sua volta perchè era un normalissimo animale che non ricambiava i sorrisi, però le camminava affianco. Decisero così di proseguire.
Erano già le sei di pomeriggio quando la piccola bambina e la sua giraffa imboccarono la stradina che conduceva fuori dal bosco. Finalmente il sole aveva già iniziato a calare quando si ritrovarono su una distesa di campi di piccole spighe di grano in crescita.
La bambina piccola era felice e malinconica, sorrideva al vento che le scompigliava i capelli e dal suo piccolo zainetto rosso tirò fuori un piccolo telo giallo dove potersi sdraiare.
Sembrava di stare in una canzone di The Tallest Man On Earth, cioè l’atmosfera era simile a quella che si percepisce ascoltando “Darkness of the Dream” – “Fields of our Home” o “Love is All”, giusto per fare qualche esempio. Se solo la bambina piccola avesse avuto un Iphone e una playlist Spotify pronta da ascoltare, avrebbe scelto quelle canzoni. Ma era una piccola bambina ed è una storia quindi il cellulare non esisteva, o semplicemente lei non lo aveva.
La giraffa era sempre lì anche lei, che si faceva un giretto per i fatti suoi perchè tanto era alta alta e aveva il collo lungo lungo che poteva vedere bene tutto quello che c’era intorno.
Girando le spalle agli alberi, di fronte ai loro occhi, l’orizzonte dei campi si incontrava con il cielo azzurro e il sole dorato colorava di arancione e giallo tutto il paesaggio. Ma non è che tutto era diventato arancione e giallo perchè non è che viviamo in un mondo metafisico e surrealista dove De Chirico e Dalì giocano con i pennarelli Giotto. E’ tutto normale.

Tra una passeggiata e l’altra si erano fatte le sette ed era ora di tornare a casa per cena. La bambina piccola iniziava ad avere fame, infatti il suo piccolo stomaco iniziava a brontolare e aveva anche finito la sua piccola coca cola. Anche la giraffa, che era ancora lì, voleva tornare da dove era venuta.
Non si sa perchè la strada del ritorno sembra sempre più breve dell’andata; forse perchè si sa già dove si sta andando o perchè l’emozione del viaggio viene meno. Sta di fatto che alle sette e mezza era già a casa.
La piccola bambina non vedeva l’ora di mangiare la pizza con le patatine fritte e far sapere alla mamma e al papà che avrebbe tanto voluto una giraffa da tenere in giardino.

Elena.

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Sapete cosa mi mette ansia?

Mi mettono ansia le persone che non riescono mai ad essere felici e devono scaricare i loro inutili lamenti sulle altre persone. (per fortuna sono brava a spegnere e riaccendere il cervello a comando solo quando parlo con altri e avere la capacità di capire all’ultimo momento di cosa cazzo stavano parlando per annuire e simulare un grugnito)

Mi mette ansia la Pepsi. (l’unica vera dipendenza è quella per caffè e coca cola combo perfetta)

Mi mettono ansia le persone basse. (ad eccezione dei miei migliori amici che li uso come cuscini quando sono stra fatta)

Mi mettono ansia i post virali di cani e animali maltrattati.

Mi mettono ansia le persone che vivono come se fossero chiuse dentro una bolla di sapone così da sentirsi protetti e da non provare il bisogno e la voglia di conoscere il mondo che gli circonda però poi piangono quando muore il cane in un film o si sentono brave persone per l’elemosina e la preghierina in chiesa per i bambini poveri.

Mi mette ansia l’estate e le corse folli e disperate a prenotare le vacanze. (grazie a chissàchi sono un essere particolare che odia il mare, le vacanze prenotate e i giri turistici da ignoranti. Per fortuna odio le agenzie di viaggi e i tour vacanze.)

Mi mettono ansia le persone che si lamentano del cibo.

Mi mette ansia la gente che ti chiede che programmi hai per le due misere settimane di ferie solo per avere l’occasione di raccontarti per filo e per segno le vicissitudini del loro planning in progress per le vacanze, ma fanculo io odio l’estate quindi con me non potete neanche iniziare ad elogiare le vostre doti da sunbathing.

Mi mettono ansia le ragazze in minigonna e scollatura provocante.

Mi mettono ansia quegli individui che non riescono ad essere felici per i tuoi piccoli traguardi perché devono sempre essere al centro dell’attenzione quindi ti fanno pesare il fatto di averglielo detto o addirittura di essere riuscita a raggiungere i tuoi obbiettivi senza avergli riservato un posticino nel tuo angolo di misero successo personale (fanculo ancora una volta sono una persona che si tiene tutto dentro e poi te lo sbatte in faccia su facebook che tanto è tutto mainstream).

Mi mettono ansia le situazioni di disagio.

Mi mette ansia sapere che c’è chi sta meglio di me e c’è chi sta peggio di me ma non poter farci nulla né per gli uni né per gli altri né tanto meno per me stessa.

Mi mettono ansia le serate in discoteca.

Mi mette ansia la suddivisione dei pasti tra colazione, pranzo, cena e merenda. (Se voglio mangiare il kebab del cavaliere in pt. Genova con la salsina bianca alle 10 di mattino o la pizza con le patatine fritte alle quattro di notte non vorrei sentirmi chiedere se sono in chimica, perchè magari sì ho fumato canne ma può anche solo essere normale visto che ho sempre fame).

Mi mette ansia il minestrone.

Mi mette ansia questo post che ho scritto ignorando le regole grammaticali e l’uso corretto della punteggiatura perché non mi sono neanche fermata a pensare o a rielaborare tutti i pensieri che mi passavano per la testa.

Mi mette ansia il mascara.

Mi mette ansia la parola ansia perché ormai fa molto hipster e quindi è usata da tutti mentre io sono una persona che riesce benissimo a gestire l’ansia e non soffro d’ansia e non dico mai che ansia se non quando mi scappa la cacca.

 

Chi è Ninfomane? Von Trier non c’entra (cerca su wikipedia)

Ieri pomeriggio ho fatto un giro con mia mamma e mia sorella. È bello che a ventitre anni riusciamo ancora a trovare la voglia e il tempo di stare con lei, anche perchè sono i momenti piú belli!

Eravamo in macchina ed eravamo dirette al Mc (mioddio Mc Angus Bacon da doppio orgasmo) quando, notando la gran quantità di prostitute appostate ai cigli della strada alle sette di sera, iniziamo a parlare di quanto sia ancora diffusa la prostituzione e dello schifo degli uomini che ci vanno a pagamento. Insomma, discorsi da bar e che lasciano il tempo che trovano. Con mia mamma che puntualizzava sul fatto che i pezzenti che vanno a puttane se non avessero quello come sfogo chissà come finirebbero. Precisava sul fatto che un uomo ignorante pensa al sesso e vuole farsi fare un pompino 24h su 24h perchè non ha altro di culturalmente o intelletualmente di piú aulico a cui pensare. Mentre persone come noi (noi chi?) hanno talmente tante cose da fare e da pensare che buona parte degli impulsi e delle energie li dedicano ad altro.

Io non ho detto niente ma dentro di me pensavo… Ok, mi reputo una persona piena di interessi, medio-alto intelligente, che segue una buona istruzione, presa da mille impegni e da lavori da fare….. Ma io davvero, sarà forse che sono una persona multitasking, penso al sesso 24h su 24h. Non dico che lo faccio, ma che almeno ci penso e che ne senta la voglia costantemente. Anche perchè essendo sola (al contrario di chi immagina le ragazze single come dei mignottoni) non ho proprio un uomo diverso ogni sera con cui scopare (problema mio problema dei soggetti che incontro non lo so). Quindi, essendo un pó fissata con il sesso ci penso comunque sempre e, spesso in mancanza della materia prima, mi arrangio anche da sola. Non mi vergogno ad ammettere che mi masturbo quasi tutte le sere, se non anche piú volte al giorno. È normale.

Bè questo quello che pensavo ma, anche se a mia mamma racconto tutto, non avevo voglia di ribattere dicendole che ha una figlia mentalmente ninfomane!

Anche perchè per essere ninfomane dovrei farlo, non solo pensarci.

Insomma, è normale. Il sesso è bello. Masturbarsi è divertente. È tutto normale.

Amore(sesso): un esperimento social

Era la fine di dicembre quando una ragazza mi contattò via mail dicendomi che le sarebbe piaciuto pubblicare un post sul suo blog, scritto da me, inerente alle app dedicate agli incontri on line. La cosa mi incuriosì anche per il semplice fatto che non avevo mai scaricato nè usato una di queste “miracolose app-tova amore“. L’appiglio principale per scrivere quel post e provare una di quelle app è stata senza dubbio la curiosità nel capire come funzionassero, nel dettaglio mi attirava scoprire la logica informatica e grafica che ci stava dietro.

Premessa: Alla fine non scrissi mai nulla. Ma ripensandoci potrei tirarla fuori per me una bella storiella e farne una recensione.

Tutto è iniziato scaricando Tinder a inizio gennaio. Avevo sentito parlare di quest’app da molti amici che l’hanno sempre descritta più come un gioco di “likes” e “dislikes”: un’instagram dove vengono proposte solo facce e il proprio giudizio, basato su mera apparenza (poche foto e piccole descrizioni) può decidere se si interagirà o no con quella persona. Inizialmente, quasi inconsciamente, non mi ero accorta che piazzare migliaia di like semplicemente guardando la prima foto era una mossa sbagliata. Scoprendo che ancora prima di cliccare il cuoricino potevo guardare attentamente le loro foto, spiarli su instagram e spulciare tra i loro interessi, ho iniziato a prestare molta più attenzione e a selezionare le persone con cura.
Ma vabbè, questo sembra quasi irrilevante ora, dal momento che l’unica persona con cui sono uscita tra quelle trovate su tinder è stato un ragazzo a cui ho messo un like basandomi solo sulla prima foto che compariva. Aveva addirittura la faccia coperta da un libro che mostrava la faccia della Queen Betty la cui foto veniva completata dall’immagine di un paio di tette perfette. Suvvia, come si fa a resistere alla Regina? dai….
Bè ora sto scendendo troppo nei dettagli ed è poco onesto.
Giungiamo subito alle conclusioni quindi: Tinder è fatto per il sesso occasionale, non cercate l’amore là. Questo lo dico soprattutto alle donne che sperano nei miracoli. Ovvio, ci sono sempre le eccezioni che smentiscono la regola. Ma è come per l’amica della cugina del vostro compagno di banco che ha trovato l’amore in discoteca…….. ‘na cazzata.
Come applicazione va benissimo se scaricata durante le sessione degli esami universitari o in periodo di depressione-sconvolgimento ormonale. Basta un like, due messaggi e la sera dopo vi ritrovate a casa di qualcuno a fare del buono e sano sesso. Insomma, è anche più sicuro e igenico che beccare qualcuno in discoteca e scoparselo in bagno.

[N.B. Dopo quella notte di sesso con un ragazzo meraviglioso, la mattina dopo mi svegliai e decisi di cancellare il mio profilo da Tinder. Solo per motivi personali. Insomma, faccio tanto la tipa forte; sotto stress da esami penso sempre e solo al sesso credendo di potermi buttarmi tra le braccia di chiunque senza provare niente. E ogni volta scopro di essere troppo sentimentale per il sesso occasionale, specie se il tipo in questione mi ha interessato da subito solo per il modo in cui parlava o per quello che mi raccontava. Ma se voi non siete come, che tendo a idealizzare ragazzi e uomini finendo per sperare di ricevere un suo mess in cui mi invita a fumare canne e a innamorarsi (sì sì, mea culpa che vado a letto solo con quelli che in qualche modo sono riusciti a prendermi la testa: sbagliattissimo) allora Tinder è l’app giusta per fare sesso. E il sesso è bello!]

Finita l’avventura di Tinder, decido che il post non sarebbe mai stato completo senza fare un paragone con un’altra app: Happn.
Come da descrizione dell’Apple Store, l’app promette di mostrarvi tutti gli individui che incrociate e che rientrano entro i 500 m del vostro raggio di localizzazione. Cazzo, sai che storia ritrovare il tipo dai capelli e la barba rossi di cui mi sono innamorata in metro prima che lui mettesse fine al nostro amore scendendo a Isola e non a Pt. Garibaldi?
Bè cari miei, ero troppo curiosa di ritrovare le persone che incrociavo in giro che non ne ho beccata manco mezza. (A differenza di molti durante i viaggi in metro mi diverto a osservare tutti invece che incollare il naso al telefono. Sì, sono un pò sociopatica e mi diverto a inventare film su chiunque). La mia permanenza su Happn è durata si e no una settimana, ritrovando molti di quelli che avevo beccato su Tinder tra cui anche il ragazzo con cui ho fatto sesso (aaaah, in tre giorni ci siamo incrociati otto volte in giro per Milano ma nella realtà di lui neanche l’ombra) e alcuni fidanzati di amiche o conoscenti superfedelisuperbellisupertop e sapete le risate che mi sono fatta trovandomeli su un ‘app di incontri? Quindi con Happn nessuna avventura, insomma con questa app anche oggi si tromba domani!

Ieri sera invece ho letto un articolo che parla di una nuova app di incontri che si autoproclama “La rivale di Tinder“, promettendo di far trovare il vero amore e non solo sesso occasionale. Ho riso come una matta leggendo la recensione e l’ho scaricata. E’ Once e, a detta dei suoi designer, dietro quest’app ci sono dei geniali matchmaker che esaminando con cura le vostre foto e i vostri interessi vi propongo un solo utente per giorno con cui c’è più probabilità di trovare affinità. Insomma “loro non abbinerebbero mai una fashion victim con un hipster!” (che poi gli hipster sono più fashion victim delle fashion blogger ma vabbè.)
Dopo la prima proposta di un possibile “principe azzurro”, che pareva ‘na presa per il culo, ho cancellato l’app perchè mi occupava troppa memoria sull’iphone.

Infondo sono una persona molto curiosa, che non si ferma ai pregiudizi e credo di avere una mentalità molto aperta. Ma di una cosa sono ancora più sicura: non cerco l’amore (l’amore non si cerca, si prova, arriva e ti colpisce) e di certo non lo troverò su internet.

 

La Camera Chiara – Roland Barthes

oggi, per la prima volta, ho avuto paura difronte al pensiero della morte.

Non per me, non ho paura nè di morire dè vivere. Anche se ho una gran voglia di vivere……

Un momento di tristezza mi ha solo scombussolato un pó; pensando a tutto ció che accade e che cambia continuamente… Mi sono resa conto di quante cose si perde o si perderà chi non c’è o non ci sarà piú. Non so perchè questo ragionamento io non riesca a rifletterlo su me stessa, ma solo sugli altri. Forse perchè penso a quante cose sono successe da quando è morto mio papà, a tutto quello che vorrei raccontargli. O semplicemente è la mancanza di qualcun altro che fa piú male della perdita di se stessi, quando un volto appare congelato in una fotografia che non riesce a restituirlo……

Ecco, la morte di qualcuno mi spaventa piú del fatto che prima o poi toccherà anche a me.

È lecito avere paura ogni tanto, no?

Voglio le coccole.