Rose rosse surgelate (save me)

Quel qualcuno lassú ha giocato sporco con me… Mi ha fatto la persona piú sensibile di questo mondo, ma incapace di dimostrarlo e brava a prendersi in giro da sola.

Fragile ma incrollabile… Mentre aspetto semplicemente il momento in cui andró in mille pezzi per liberarmi e scappare da questo limbo in cui, perdendomi, mi ci sono ritrovata.

Non so come, non so se ce la faró. Ma quando succederà chiederó scusa a me stessa 

per non essermi mai sentita abbastanza, per non essermi mai andata bene, per non aver mai accettato ció che sono, per aver cercato di essere ció che non sono, per essermi lasciata andare alle illusioni amorose, per aver rincorso falsità… 

per essermi fatta del male da sola.

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AMORE

1. Trovo irrispettoso verso tutti i cittadini, o meglio, verso tutte le persone l’aver sfruttato un’architettura pubblica milanese di un certo rilievo per sbandierare la scritta luminosa “Family Day” a cui fa fede un ristretto gruppo di coglioni (evito il gioco di parole con maroni) che vogliono privare uomini e donne di un loro diritto. Non accetto che alzando gli occhi al cielo si legga uno slogan irrispettoso che con la sua luce fa buio e porta oscurità su un’intera città.

2. Il concetto di famiglia tradizionale è obsoleto, immorale e incoerente che si basa su credenze cattoliche e su moralismi che probabilmente erano già vecchi nel XIX secolo.

3. L’Italia è un paese laico. E dovrebbe esserlo. Invece no, nel 2016 è ancora parecchio influenzato dal Vaticano e finché tutti continueranno a seguire come delle capre i falsi principi che la chiesa vuole inculcargli, si continuerà a subirne le conseguenze senza fare mai passi in avanti.

4. “La religione è l’oppio del popolo” (K. Marx) per me è anche la scusa degli ottusi e la causa di molte guerre i cui scopi vanno al di là di un senso religioso.

5. Dio non esiste.

6. Consiglio a molta gente di cercare il significato di “diritto”.

7. Pace e amore.

Un pezzo

Quando è morto mio papà, così da un giorno all’altro, pensavo che non ce l’avrei piú fatta a vivere. Non ho mai pianto cosí tanto come quella volta e quando ho smesso, con mio grande disappunto, mi sono accorta che intorno a me il mondo continuava a girare come se niente fosse. Ma come poteva l’universo non accorgersi che in una stanza di una casetta di un paesino di provincia c’era una ragazza tanto disperata che si gongolava nel letto sulle note di Hallelujah di Jeff Buckley che risuonavano a ripetizione continua? Il cielo oltre il tetto di casa continuava ad esibire quel sole caldo e fastidioso di fine luglio, e neanche si accorgeva di un dolore tanto lancinante, che mi faceva pulsare persino le tempie che cosí odioso e inspiegabile anche lo stomaco si contorceva. La vita intorno a me proseguiva, i professori non abbandonavano la filosofia della stronzaggine, io non smettevo di incazzarmi per il ritardo dei treni, le lezioni di danza non avevano cambiato orario e il mio ragazzo non si era fatto problemi a tradirmi per poi lasciarmi.

Nessuno si ferma per prendere su di sè il tuo dolore e tu devi portartelo dietro a lungo come uno zainetto scomodo, pur di continuare a camminare sulla tua strada. Ci vuole tempo per abituarsi alla sua pesantezza e un grande coraggio per cercare di alleggerirlo. Asciugandosi il volto dalle lacrime e guardando con piú lucidità si riuscirà anche a capire che non tutti seguivano quel vortice instancabile senza accorgersi di te, con il tempo si puó riconoscere chi era lí a stringerti la mano e ad accarezzarti il cuore, veramente. E saprai che anche il cielo ti vuole aiutare quando la luna, il sole e le stelle faranno luce su alcune persone e le riconoscerai perchè senti che erano già lí con te ancora prima di incontrarle.

Ce la si fa, si va avanti anche con qualche pezzo fuori posto e ricostruito male. Ma ce la si fa.

Ce la si fa sempre.

Elena

(se ti ho mandato questo link perdonami per il tempo che ti ho rubato. È un grazie silenzioso, ho voluto regalarti un pezzettino di me.)

equazioni

Mi ero promessa di non bere stasera perchè il mio stomaco fa cilecca da un pó di giorni.

E poi mi sono ritrovata con due Tennent’s in mano che hanno fatto l’effetto di dieci medie. Lo stomaco tutto a posto, la testa è partita per uno dei suoi viaggi.

Sono riuscita a tirar fuori un quarto del casino che ho dentro soltanto a parole, ma dentro di me c’è una vocina che comunque mi parla della cosa meno importante.

Ma a cui sto dando tutto il peso.

Sto promettendo a me stessa di fare quella cosa domani. E se domani non avró il coraggio, so che ora sto scrivendo questo e che quella cosa dovró farla.

La faró. Infondo si parte sempre con le cose piú semplici,

semplificare l’espressione per non partire dai calcoli piú difficili.

Metafore in dubbio

È come quando ti lavi i denti nel tentativo di far sparire il sapore di ció che non avresti dovuto mangiare perchè ti fa ingrassare, quasi per convincerti di non aver mangiato.

Come quando bevi litri d’acqua sperando di eliminare la quantità di alcol che hai bevuto nelle ultime ore.

Come quando scrivi e scrivi e scrivi su tutto ció di cui vorresti avere un’opinione ma, dannazione, non ce l’hai. E vorresti che qualcuno fosse interessato ad ascoltare ció che hai da dire, ma in realtà non c’è nessuno.

È come quando dici di odiare gli auguri di Natale o di buon anno, perchè alla fine l’inizio di un nuovo anno è solo una cazzata. In fondo non cambia niente. Peró quando quelle due o tre personcine non si degnano di farti gli auguri, allora ci rimani male e diventa la cosa piú importante del mondo. Quasi decisiva per tagliare fuori certe persone dalla tua vita.

È come quando ti lavi la faccia e la sensazione dell’acqua fresca sembra far sí che ti si schiariscano le idee o che comunque ti lavi via tutti i pensieri. Perchè vuoi smettere di pensare. Eri lì che ti guardavi allo specchio e pensavi, prima di dirti di smetterla. Di fermarti. Basta pensare. E allora lavarsi la faccia ti sembrava il gesto che ti avrebbe fatto smettere, di pensare.